Lamù – Recensione

Cosa capita quando una principessa proveniente da un pianeta lontano si innamora di un terrestre sfigato? Di norma i due convolerebbero a giuste nozze, ma nel pazzo universo di Lamù le cose vanno in maniera decisamente diversa. E pensare che all’inizio la protagonista della storia (Lamù appunto) era giunta sulla Terra nel ruolo di cattiva, con lo scopo di conquistare il nostro pianeta. Chi da bambino non ha visto, almeno per una volta, le mirabolanti peripezie degli allegri abitanti di Tomobiki? Io stesso, abitando in Campania, ho avuto la fortuna di poter guardare la serie completa per una decina di anni e più sul canale locale Telecapri, che la trasmise ininterrottamente dall’inizio degli anni ’80 fino al 2005. Lamù è Lamù, una garanzia, un po’ i Simpsons in salsa nipponica per la demenzialità e le situazioni un po’ “politically incorrect” dei vari episodi. Il titolo nacque come manga a fine anni ’70 dalla matita di Rumiko Takahashi, in seguito trasposto in un anime nel 1981. Ataru Moroboshi è un’icona pop, un’istituzione, un vero e proprio baluardo della sfiga e della simpatia più demenziale e surreale. Per noi ex bambini degli anni ’90, personaggi come il monaco Sakurambo, la forzuta Shinobu, il damerino Mendo e l’occhialuto Megane sono dei personaggi bizzarri certo, ma allo stesso tempo dolci ricordi e compagni d’infanzia. Lamù fu il primo successo della Takahashi, la sua consacrazione, che le permise di avere il prestigioso soprannome di “Principessa dei manga”. L’opera in questione è un fumetto completo: ha elementi shonen e shojo insieme, personaggi irresistibili che sanno intrattenere ed inoltre, un mix scoppiettante di follia ed ironia fonte di grasse risate da parte dei telespettatori. Lamù è probabilmente l’opera che esprime in toto il carattere artistico della Takahashi e, sicuramente, il suo manga più famoso e conosciuto nel mondo. Tutta la “bibliografia” della serie animata (con tanto di special, film ed OAV  anche inediti) fu trasmessa solamente tra il 2010 ed il 2011 dal canale Sky Man-ga. Un anime, quello di Lamù, che pur restando fedele alla controparte cartacea, è riuscito ad avere vita a sé e a superare la storia originale concepita dalla mangaka. Merito anche di uno staff prestigioso che diede vita alla serie TV, tra i cui nomi spicca quello di Mamoru Oshi, il futuro autore di Ghost in the shell, e Kazuo Yamazaki. Se al giorno d’oggi ricordiamo con affetto i “tesoruccio” e le scosse elettriche di Lamù nei confronti del suo amato Ataru, il merito è anche un po’ loro.

La sigla misteriosa

Dalla sua prima trasmissione in Italia, fino alla prima parte degli anni 2000 (almeno su Telecapri) Lamù ha avuto una sigla particolare, di cui non si conoscono né l’autore né il cantante. Di essa, che siamo soliti chiamare “Amore strano” (anche se probabilmente non è il titolo reale) non abbiamo i master originali, né conosciamo la sua versione integrale. La sigla finale italiana di Lamù è costituita dalla versione strumentale di quella iniziale. Nonostante  l’appassionante ed ammirevole lavoro svolto da parte dei ragazzi del sito Sigle TV, purtroppo le indagini (che durano oramai dal 2003) hanno finora portato a pochi risultati concreti. Da quel poco che si è riuscito a scoprire, risulta che l’anime di Lamù sarebbe giunto in Italia grazie alla Corona, una casa con sede a Bologna, oramai chiusa da anni. Tuttavia, la conclusione delle indagini è ancora molto lontana ed il mistero sulla sigla di Lamù continua a persistere ed affascinare migliaia di fan italiani della bella aliena tigrata.

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