Il giardino delle parole – Recensione

Takao, uno studente di quindici anni, sogna di diventare un’abile calzolaio, così, nei giorni di pioggia, salta la scuola e si dirige verso un grande giardino in stile giapponese, dove può chiudersi in se stesso e dedicarsi interamente alla sua passione. Un giorno incontra una ragazza di ventisette anni, Yukari Yukino, a cui inizierà ad affezionarsi e legarsi sempre di più; i due però, non essendosi scambiati i numeri, si vedranno solamente quando piove e sempre nello stesso punto. Finita la stagione delle piogge, Takao, riprende regolarmente a frequentare la scuola, accorgendosi però che nella stessa sede, insegna proprio la misteriosa ragazza, conosciuta la scorsa stagione. Ritrovandosi, infine, a casa di Yukino, Takao, esprimerà i sentimenti d’amore verso la professoressa, la quale, dapprima lo lascia andare, pensando fosse la cosa giusta da fare, per poi scendere in fretta e furia dal suo appartamento per rivelargli, che i suoi sentimenti, sono ricambiati completamente.

Questa è la trama de “Il giardino delle parole” (noto in patria come Kotonoha no niwa?), ultimo anime realizzato da uno dei più grandi artisti contemporanei del nostro secolo, Makoto Shinkai; dopo i suoi due capolavori, 5 cm per second e Viaggio verso Agartha, il maestro ci da un’altra dimostrazione delle sue doti, spesso sottovalutate e oscurate dallo studio Ghibli. La parte visiva di questo mediometraggio è uno dei suoi punti di forza, infatti, è nota la qualità e la dedizione che Shinkai occupa ai suoi lavori, nonostante il suo staff sia composto da poche persone, e che comunque mantenga il controllo del lato artistico e del lato tecnico dell’opera. La pioggia che rimbalza o vibra, le nuvole che ricoprono la città, la metro che scorre sui binari, le bici poggiate accanto ai corrimano, le pozzanghere e il loro riflesso, sono solo alcuni, dei tanti elementi, disegnati in maniera eccelsa; lo si nota fin da subito, quando la pioggia batte e rimbalza sull’acqua del lago in cui si incontreranno i due protagonisti.

Come non parlare poi del focus, cioé la messa a fuoco in termini fotografici, che viene sempre realizzata splendidamente, non lasciando zone o aree sfocate; anche un altro particolare è visibile già dall’inizio, le riprese in primo piano di alcuni oggetti, o in termini cinematografici, l’inquadratura in dettaglio, che ci mostra la minuziosità dell’opera, come ad esempio: la marca della gomma o del coltello, le linee che lasciano il gesso o l’inchiostro, la vibrazione dell’acqua, la fluidità dei corpi in movimento, ect ect… Oltre allo splendido lavoro di matita, troviamo anche un eccelso lavoro di fotografia, con dei riflessi e delle ombre perfettamente disegnate e riprodotte frame dopo frame; nonostante in molti film d’animazione enfatizzino di più il volto dei personaggi, o le azioni che essi svolgono, in questo mediometraggio troviamo la giusta sintonia tra, luce e buio.

Anche se non tutti sono d’accordo, la storia è il suo cavallo di battaglia, un ragazzo che si innamora di una professoressa, non è una storia comune, ma anzi, verrebbe vista come una sorta di perversione da parte dell’adulto che non l’ha mai provata; questo non toglie però la necessità di guardare la relazione in modi diversi, come per esempio quando i due rivelano i loro sogni, Takao ha le idee chiare verso un’unica direzione, nonostante la sua età, ma non si può dire lo stesso della professoressa, che invece, si sente un adolescente, nel corpo di un’adulta.

Troviamo oltretutto una sorta di fusione, grazie anche alla colonna sonora, tra l’esprimere le emozioni e la velocità degli avvenimenti; composta e suonata da Daisuke Kashiwa, la colonna sonora ci rivela i sentimenti che provano i due protagonisti; grazie poi, all’alternarsi tra brani lenti e veloci, con le immagini in movimento, si capisce da subito quale sarà la prossima mossa dell’autore. Oltre la musica, troviamo molte metafore, sotto forma di inquadrature, come ad esempio: in una scena iniziale, due ombrelli provengono da parti diverse del giardino, e quando si avvicinano tra di loro, formano quasi il simbolo Yin e Yang, il bene e il male, o come in questo caso, l’adolescenza e la maturità che si scontrano; un altro esempio, sono le condizioni del meteo o gli animali o ancora gli oggetti che simboleggiano, nel caso del rubinetto aperto, le lacrime versate, la forza del treno che comunica la rabbia, o semplicemente nelle scene finali il sole, che accoglie i due con il calore del giorno, facendo smettere la triste e malinconica pioggia.

Insomma, un film d’animazione come pochi se ne sono visti in giro, grazie anche alle tematiche e la morale che viene imposta nel mediometraggio, capiamo che non siamo difronte ad un’opera di mera speculazione per le masse, ma di un prodotto fatto e creato per il pubblico più sensibile, che ne carpisce i significati guardandolo a fondo, ne scruta l’anima e ne estrapola le informazioni per una possibile esperienza che non si è mai vissuta; d’altro canto è un film che verrà apprezzato molto di più per la sua grafica e il suo suono, piuttosto che per la storia, ma che comunque ci immerge in quelle emozioni e sentimenti che non potremo mai provare.

Idraulico a tempo pieno, ha imparato a rompere blocchetti e salvare principesse dal suo idolo d’infanzia: Super Mario. Tra tutte le console? Nintendo! Non ha dubbi, ma solo perchè spera in un futuro orgoglioso per l’azienda che lo ha cresciuto. Adora i platform e gli rpg, mentre gioca di meno agli FPS, soprattutto quelli di ultima generazione. Il suo motto è “meglio un blocchetto oggi che una tartaruga domani”!