Ace Attorney – Recensione

Sin da quando nacquero i primi giochi di investigazione del tipo “punta e clicca”, il pubblico si trovò di fronte al primo esempio di intrattenimento dovuto al ragionamento e alla trama più che alla giocabilità vera e propria: nati più per necessità che per intenzione, in quanto le vecchie console non permettevano grandi cose, questo tipo di videogiochi ha sempre trovato riscontri positivi in un pubblico che desiderava mettersi alla prova anche dal punto di vista intellettuale e mentale, oltre che con le proprie dita e i propri riflessi. Ace Attorney nacque dalla mente di Shu Takumi nel passato 2001 e venne prodotto direttamente dalla signora Capcom, ottenendo immediato successo di pubblico e di critica, in quanto metteva il giocatore nei panni di un giovane avvocato, Phoenix Wright, che deve preparare la sua arringa di difesa o di attacco partendo direttamente dalla raccolta di prove e testimonianze, unendo per la prima volta la scelta di dialoghi (come in alcuni GDR) e la ricerca degli elementi investigativi (come nei giochi polizieschi o rompicapo) in un mix originale. Il primo episodio, omonimo del protagonista, diede vita ad una fruttuosa serie e a vari spin off, ma solo nel 2016 è stato prodotto un anime direttamente basato sul videogioco, dal nome Ace Attorney  ma conosciuto in Giappone con il nome di ‘Gyakuten Saiban: Sono “Shinjitsu”, Igiari! ‘ , ed è proprio di questo che parlerò nella recensione.

L’anime è recentissimo, del 2 aprile 2016, ed è diretto da Ayumu Watanabe (direttore, character designer e scrittore di alcuni film di Doraemon) e la sceneggiatura è stata curata invece da Atsuhiro Tomioka che si è occupato dello script delle serie tv dei Pokemon e di Inazuma Eleven. Alle musiche abbiamo Kaoru Wada che invece ha curato in passato le colonne sonore dei film di Inuyasha. Il tutto è stato prodotto dall’azienda A-1 Pictures, che annovera tra le sue produzioni gli anime di Blue Exorcist Fary Tail.

Premessa: non ho mai giocato al gioco, il mio giudizio riguarda l’anime in sé. Quest’opera mi ha messo un sacco di dubbi sin dai primi minuti di visione. La struttura degli episodi è del tipo one shot o anche, concedetemi il termine, two shots: la trama non si dipana per più di due episodi di seguito e vi sono delle sottotrame che interessano i personaggi principali che si sviluppano durante gli eventi in primo piano, sottotrame già viste, come ad esempio lo svilupparsi di un rapporto di antagonismo. Tuttavia le trame degli episodi non brillano di originalità, anche se devo ammettere che è impossibile essere originali con un genere così sfruttato sotto tutti i punti di vista (l’investigazione); i disegni si adattano bene alle situazioni e i colori non sono talmente forti da impedire di sostenere lo sguardo, come spesso succede ad alcuni Anime di target giovanile. La trama scorre veloce verso un epilogo che già sappiamo in quanto ci viene presentato immediatamente il delitto o comunque il crimine, fin dall’inizio dell’episodio; il focus dell’azione sta tutto nel vedere come il protagonista arriverà alla conclusione delle indagini e come organizzerà l’arringa finale; questi elementi sono abbastanza ben costruiti, ma i personaggi sono talmente ovvi nel loro character design che non ci si affeziona o comunque non si patteggia per nessuno, se non per il protagonista o il suo diretto antagonista. il problema principale tuttavia non è la trama in sé, il plot, per dirlo all’inglese, ma come la trama si sviluppa e come ci viene presentata. È stato in questi casi che ho talmente storto il naso da farmelo diventare orizzontale; quando il personaggio avrà raccolto tutte le prove (fase che ricorda il videogioco) dovrà usarle in tribunale per l’arringa finale, e li, secondo me, l’anime crolla: le prove vengono presentate poggiandole sopra di un tavolo che emette un rumore tipicamente videulico appena le riconosce come prove, e senza telecamere vengono proiettate sopra due schermi simmetrici ai fianchi del giudice; le dichiarazioni sia della difesa che dell’accusa sono talmente teatrali da creare effetti fisici direttamente sugli ascoltatori (alla prima puntata, Phoenix viene abbattuto da una rivelazione di un testimone, letteralmente)  in un crescendo talmente ridicolo che mi sarei aspettato che l’aula giudiziaria crollasse da un momento all’altro, come quando Shanks va sulla nave di Barbabianca in ONE PIECE. So benissimo che questi espedienti sono presi direttamente dal videogioco, e come ho detto prima, i personaggi in se non sono male, e le trame seppur scontate sono comunque godibili: il problema sta nella presentazione. E’ come creare un piatto di pasta buono ma che viene servito dentro un bicchiere. Tutto sommato l’anime non è male e come opera può essere vista per rilassarsi, ma mi ha dato la sensazione di essere solo una lunga presentazione di un videogioco, e alla fine non lascia neanche quella curiosità che ti potrebbe spingere a cercare altri episodi.

Senza dubbio il suo più grande sogno è quello di realizzare un’armatura atomica e poterla indossare cavalcando Alduin. Adora la Bethesda, tanto da sposarla se fosse donna; al secondo posto viene la Blizzard, la sua amante segreta. In un anfratto segreto della propria stanza ha allestito un altarino dedicato al Sommo Asimov e Lovecraft, uniche divinità in cui crede fermamente. Attenti a non importunarlo troppo, potrebbe lanciarvi il paffutissumo e dolcissimo Mordicchio, palla di pelo formato felino.